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Creatività vicina e lontana: dipende tutto dal punto di vista

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Il peggior nemico della creatività siamo noi. Alzi la mano chi davanti ad un nuovo progetto non ha mai pensato “non si può fare!”. Tutti abbiamo una vocina interiore che si fa sentire ogni qualvolta stiamo intessendo la trama di un nuovo progetto e metterla a zittire non è mai facile. Alle volte può aiutare variare il punto di vista sulle cose, cambiare prospettiva.

Shankar Vedantam, giornalista scientifico di NPR, suggerisce un’interessante riflessione in termini di mind-set. Quando guardiamo qualche cosa da vicino, questo ci appare più concreto e riusciamo a vedervi i dettagli; se invece lo osserviamo da lontano, diventa astratto, generico. Sono due stati mentali diversi che attiviamo in modo inconscio.

Lo stesso accade con le idee: pensare ad un nuovo spunto come se fosse vicino ci porta a concentrarci esclusivamente sui dettagli, sui singoli aspetti e tenderemo a chiederci “può funzionare?”. Se, al contrario, ci poniamo in uno stato mentale “distante” ci lasciamo affascinare dal panorama e siamo più facilmente catturati dall’entusiasmo per la nuova avventura.

Molte idee creative possono essere rischiose (in termini di impegno psicologico, economico, ecc…) e le incognite diventano più evidenti e preoccupanti se le guardiamo da vicino. Pensare ad una nuova idea con un mind-set orientato al dettaglio tende quindi a chiudere le porte al progetto prima ancora di averlo considerato nella sua totalità. Meglio perciò partire ponendosi nei confronti della nuova idea come uno scalatore ai piedi della montagna: ammiriamone con gioia l’ampiezza e la bellezza e lasciamoci travolgere dal desiderio di scalarla. Quando avremo accumulato abbastanza energie emotive saremo pronti per studiare passo per passo il sentiero che ci porterà in vetta.

 

Il sonno della ragione genera grandi idee

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Per attirare finanziatori verso la sua nuova invenzione - la lampadina - Edison invitò i potenziali investitori a un banchetto a sue spese presso un ristorante di lusso. Escogitò di incontrarli all’ingresso del locale e li condusse al buio per una scala e poi all’interno di una sala da ballo. Al momento opportuno, girò un interruttore e la stanza si illuminò magicamente grazie alle sue lampadine. Gli investitori, storditi da tanta luce improvvisa, fecero a gara per offrire il loro denaro.

Thomas Alva Edison nacque in Ohio l’11 febbraio 1847. Nella sua carriera di inventore, durata più di sessant’anni, mise a punto il numero record di 1093 brevetti registrati a suo nome. Qual’era il suo segreto? Odiava dormire. continua

A lezione di design dallo squalo

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Michael Phelps ha molti buoni motivi per ringraziare madre natura. Deve dire grazie per il fisico forte, per la corporatura atletica, per la tempra fisica e morale. E non ultimo per la pelle degli squali. Si, perché se non fosse stato per i pescecani, Phelps e molti altri suoi colleghi forse non avrebbero raggiunto i tanti traguardi conseguiti.
Stiamo parlando di LZR Racer Suit, il particolare costume progettato dal brand inglese Speedo nel 2008 e che alle olimpiadi di Beijing ha fatto registrare un numero altissimo di successi. Il 98% di tutte le medaglie vinte in quei giochi sono state conseguite da atleti che vestivano il costume della Speedo; idem dicasi per i 23 dei 25 record mondiali infranti. Dal 24 giugno 2009, 93 record sono stati superati da atleti che indossavano un LZR Racer Suit. Ma che cos’ha di così eccezionale questo costume?

La natura insegna

Il modello LZR Racer Suit è costituito da un tessuto ultra leggero e altamente tecnologico: un nylon in microfibra ed elasten che fornisce la compressione ottimale per modellare il fisico del nuotatore garantendo ampia mobilità e scioltezza di movimenti. L’idea per questo tessuto è nata osservando gli squali e le piccolissime scaglie che ne compongono la pelle. Chiamate anche dentelli dermici, sono caratterizzate da una serie di costine con scanalature longitudinali che permettono all’acqua di scivolare più facilmente sulla loro superficie.
L’ambito dei costumi sportivi è soltanto uno dei tanti settori che hanno beneficiato della biomimetica, ovvero lo “studio consapevole dei processi biologici e biomeccanici della natura, come fonte di ispirazione per il miglioramento delle attività e tecnologie umane”(http://it.wikipedia.org/wiki/Biomimetica). La natura viene vista come modello e guida per la progettazione di prodotti tecnici. continua

Marketing al femminile? Il rosa non basta più

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Alla fine del 2012 il mercato dell’auto giapponese ha assistito all’arrivo di un nuovo modello Honda: la “Fit She’s”, un auto pensata interamente per le donne. Quindi rosa.
Per accattivarsi le simpatie del segmento femminile, infatti, la casa nipponica ha disegnato il veicolo ricalcando le forme dell’esistente linea Fit, ma aggiungendo la classica nota di colore femminile e piccoli dettagli curati, come un cuoricino al posto dell’apostrofo tra “She” e “s”, ed i vetri con filtri UV per non rovinare la pelle delle passeggere. Inutile dire che il modello si è rivelato un fiasco.

Il colore non basta
Quello di Honda è solo l’ultima di una serie di pessime idee di marketing che hanno al centro il pubblico femminile. Nel anni ’50 la Dodge cercò di strizzare l’occhio alle guidatrici creando il modello “LaFemme”, dal caratteristico colore rosa e con dettagli al limite del ridicolo, come un vano appositamente disegnato per riporre il cappello della sempre perfetta amazzone al volante. Anche in questo caso le vendite furono talmente irrisorie che l’auto venne presto ritirata dal mercato.
Il virus del rosa ha infettato molti settori merceologici: dai telefonini (Motorola Razr V3 Pink) alla cartoleria (Bic Cristal Pen for Her), passando per l’ultimissimo tablet “The ePad Femme” dall’inconfondibile tinta confetto. continua