Christian Caujolle, photo editor del quotidiano Libération e fondatore dell’agenzia Vu, in un articolo del 2 maggio 2012 afferma:
“L’attualità sempre più spesso fa ricorso a immagini realizzate con gli smartphone privilegiando l’immediatezza rispetto alla qualità. Di recente Charles Platiau, della Reuters, ha scattato una foto alla mostra Degas et le nu […]. Un visitatore riprende con il suo smartphone una donna che fa il bagno in uno dei tanti quadri in mostra. Viene da chiedersi perché. Per ricordo? Per vantarsi con gli amici? Per avere l’illusione di possedere una riproduzione (di scarsa qualità) del quadro? O magari per provare una funzione del suo telefono? Di solito alle mostre è vietato scattare foto e gli apparecchi vanno lasciati all’ingresso. Presto toccherà ai telefoni. Poco male”.
Personalmente non comprendo e non sono d’accordo con questa volontà di demonizzare smartphone e tablet soltanto perché in grado di catturare un’immagine. Perché, mi chiedo? Che cosa si teme?
Le fotografie sono sempre testimonianze. Attestano che siamo stati in un luogo, che abbiamo visto un certo quadro. Ci ricordano le emozioni che abbiamo provato davanti ad una statua, ad una natura morta, ad un’installazione. Ricordo ancora con piacere le gite scolastiche con la mia classe dell’istituto d’arte: passavamo talmente tante ore sui libri d’arte che quando ci trovavamo nei musei ci facevamo fotografare accanto ai nostri quadri preferiti quasi fossero attori famosi. Bei tempi ![]()
Scriveva Roland Barthes ne “La camera chiara”:
“Un giorno, molto tempo fa, mi capitò sotto mano una fotografia dell’ultimo fratello di Napoleone, Girolamo (1852). In quel momento, con uno stupore che da allora non ho mai potuto ridurre, mi dissi: “sto vedendo gli occhi che hanno visto l’imperatore”.
Le foto sono un pezzetto di cultura che viene via con noi, che ci permette di appropriarcene senza danneggiare il patrimonio a disposizione di tutti gli altri (discorsi su flash e simili a parte). Perciò, perché prendersela tanto? Si teme forse che da quella foto sgranata, pubblicata magari su Instagram, possa nascere un poster che poi verrà venduto e provocherà una perdita inestimabile per il museo in oggetto? Ma fatemi il piacere!
Il massimo che può fare è venir apprezzata, e non solo la foto, ma anche il soggetto, dando vita a quel passaparola tanto bello (e desiderato) che spinge le persone a visitare una mostra perché un amico ne ha parlato bene. E scusate se è poco!



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